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E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire

Libero commento del brano Prospettiva Nevski di Franco Battiato.


Prospettiva Nevskij (Nevskij Prospekt) è il nome del famoso viale che attraversa la città russa di San Pietroburgo, lungo quasi cinque chilometri, noto anche come Corso della Neva; fu progettato sul modello degli Champs-Elysées della capitale francese.


Non v’è da stupirsi che una gemma dell’urbanistica come questa abbia assunto il ruolo di musa ispiratrice di numerosi artisti: dalla letteratura, con Gogol’,fra gli altri, nell’opera Racconti di Pietroburgo, alla musica.


Il cantautorato italiano ha offerto il proprio contributo in maniera assai lodevole: nel 1980 Franco Battiato incide l’album Patriots, nel quale è contenuto un brano, della durata di 3:56 minuti, intitolato proprio Prospettiva Nevski. Quello di Battiato è l’esempio più sincero di un’arte che si coniuga alla perfezione con le contingenze del momento storico e la ricerca, a volte disperata, dell’uomo di scorgervi quel barlume di spiritualità che rende luminose e nuove tutte le cose.

Il testo, emblematico ed evocativo, tratteggia sapientemente la San Pietroburgo degli anni Venti del Novecento (il periodo della NEP di Lenin, per intenderci), e incastonato tra la Rivoluzione d’ottobre e l’ascesa al potere di Stalin.


Un arpeggio che ricorda una ninnananna per adulti apre il sipario sulle forti nevicate del gelido inverno russo: le sferzate del vento vengono paragonate, per mezzo di una cruda similitudine, alle raffiche dei mitra che hanno squarciato la storia russa degli ultimi decenni: prima quelle della polizia dello Zar contro i manifestanti, poi quelle utilizzate per il colpo di stato del 1917, la già citata Rivoluzione d’ottobre, e ancora quelle delle Guardie rosse bolsceviche per la difesa dell’allora Pietrogrado; i fuochi accesi di queste ultime simboleggiano quelli della Rivoluzione che è per definizione confusione (Mao Tse Tung) e che contiene in sé quel fermento utile e necessario per innescare il meccanismo del cambiamento; un cambiamento che, tuttavia, cede all’ovvia fusione con le forti e radicate tradizioni, incarnate nel testo dalle vecchie coi rosari e dall’abitudine di attendere la fine delle celebrazioni religiose sui gradini di una chiesa per aspettare le donne che vi hanno partecipato. In questo momento storico la propaganda dell’ateismo di Stato di Stalin non è ancora cominciata, quindi non vi sono ancora persecuzioni, che saranno poi incontrastate come la forza del vento che disintegra i cumuli di neve e si abbatte contro i campanili, dunque contro la stessa tradizione, con inaudita ferocia.



Il brano si colora di una rosea dolcezza quando viene nominato Nižinskij, il ballerino più noto della compagnia Ballets Russes, di cui gli spettatori ammiravano la grazia innaturale nei movimenti e che intratteneva una discussa relazione sentimentale con il fondatore della stessa, Diaghileu.

E ancora, chi narra la storia si lascia andare al ricordo, costruendo immagini di un presente che diventerà presto passato, alla luce di ciò che accadrà: le donne curve sui telai vicine alle finestre, il vaso da notte non troppo lontano dal letto per l’eccessivo freddo, lo studio in compagnia in una piccola stanza con candele e lampade a petrolio, le pellicole del cinema d’autore russo con i grandi nomi che lo hanno contraddistinto.


Oltre a quello di Ėjzenštejn, regista e sceneggiatore sovietico definito un pioniere del montaggio cinematografico, viene fatto il nome del compositore Stravinskij, che era solito introdurre, nelle proprie opere, combinazioni strumentali inusuali e, da un certo punto in avanti della propria vita artistica, anche suoni primitivi ed etnici.


La carrellata di ricordi, impregnata di dolcezza anche dalpunto di vista vocale e musicale, si interrompe bruscamente e tutte le considerazioni fatte confluiscono nella massima cardine del brano, che arriva incisiva, quasi adirata, come l’onda più grande che spazza via le ultime scritte sulle sabbia: “E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”; il maestro in questione è probabilmente Gurdjieff, pensatore e filosofo armeno, secondo il quale l’intera vita umana sarebbe vissuta in uno stato di veglia prossimo al sogno, con il solo scopo di ricondurre al ricordo di sé; ora, la citazione di Battiato si dimostra pregna di quella disperazione carismatica tipica della ricerca. Le immagini scelte sono due contrari della natura: l’alba, dunque la luce, la nascita e/o la rinascita, e l’imbrunire, ossia il tramonto, l’oscurità, la fine, la morte. L’impegno proposto è notevole: cercare di creare un continuum tra due cose che, per natura, sembrerebbero respingersi ma che in realtà si susseguono, incessantemente, da sempre e per sempre; in questo modo, cercare l’alba dentro l’imbrunire, cercare la luce nell’oscurità ha più senso che mai e, malgrado sia difficoltoso, è possibile.


La filosofia tutta si pone questo interrogativo, dall’inizio dei tempi, in modi differenti ma che, procedendo parallelamente, si scrutano da non molto lontano. La nostra tradizione ci presenta un Maestro, vissuto circa duemila anni fa, che è riuscito in questo scopo: all’interno delle tenebre della morte ha trovato l’alba della Resurrezione. Trovare l’alba dentro l’imbrunire vuol dire rinnovare, cercare qualcosa dentro qualcos’altro che, normalmente, conterrebbe in una natura opposta: in poche parole significa rinnovare la propria visione del mondo e di se stessi.


“Ecco, io faccio nuove tutte le cose.” (Ap. 21, 5)

A cura di Sabrina Mangano



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